| Paolo Girolami, Medicina, etica e diritto |
Recensione di Riccardo Garbini
Paolo Girolami, Medicina, etica e diritto, Torino, Centro Scientifico Editore, 2009, pp. 151, € 15.
È indubbio che la conoscenza dei classici, a volte, si rivela garanzia di chiarezza e serietà scientifiche, e quest’opera ne è un esempio. Come notato dall’estensore della presentazione (pp. VII-VIII), Oscar Bertetto, direttore generale dell’Aress-Piemonte, “[…] si tratta di un testo che si scorre con grande facilità, data la chiarezza espositiva e la leggerezza con cui l’autore sa trattare temi così impegnativi, affrontandoli sempre con la dovuta completezza, profondità e complessità”. Il giudizio riportato non è un puro atto di cortesia dovuto alla sua funzione introduttiva dell’opera, quanto una descrizione puntuale della stessa. La leggerezza stilistica e al tempo stesso la serietà metodologica e analitica con le quali vengono trattate tematiche anche delicate, trovano i propri fondamenti nelle tre “verità scomode” riconosciute dall’autore nell’ultimo capitolo del testo (“La prospettiva bioetica”): “Le verità scomode esistono ed è anche possibile descriverle. La prima fra tutte è rappresentata dall’assunto che l’uomo non può essere considerato un ammasso di molecole prodotte da un cieco processo selettivo di informazioni genetiche e, più in generale, che gli organismi non sono un artificio inventato dai geni per riprodursi (Dawkins [R., Il gene egoista. La parte immortale di ogni essere vivente, Milano, Mondadori] 1995, pp. 24 sgg.).
Un’altra verità scomoda è che la filiazione si fonda sulla riproduzione sessuata e che questa forma di riproduzione è l’unica che permette il riconoscimento dell’alterità dell’infante, per cui un figlio non sarà mai mio e potrà mai secondare un mio desiderio di immortalità, nella misura in cui egli è, allo stesso tempo, figlio dell’altro sesso. Ciò comporta che nella stessa corporeità sia inscritto il principio della relazionalità e che questo principio costituisca il presupposto dell’esigenza morale ed educativa dell’autonomia.
La terza verità scomoda, forse la più sconcertante, è quella della morte, che costituisce l’unica certezza di cui non è dato sapere nulla (Platone [Apologia di Socrate, Bari, Laterza,] 2007, XVII, 29°; Levinas [E., Alterità e trascendenza, Genova, Il Melangolo,] 2006, p. 131): sappiamo come si muore, come ritardare la morte, ma della morte, che cosa si può dire se non che è un mistero?” (pp. 132-133).
Le tre “verità scomode”, veri e propri concetti-limite, che permettono all’autore di evitare molte delle trappole disseminate nel nostro orizzonte mentale moderno, meritano una piccola riflessione: esse, infatti, oltre ad essere gli elementi fondanti dell’analisi e caratterizzanti la prospettiva dell’opera, si inseriscono perfettamente nei tre ambiti dell’attività umana, delineati dai significati del vocabolo cultura (cfr. Garbini R., Dall’Università alla Multiversità, Napoli, L’Orientale Editrice, 2007, p. 13): 1. l’ambito ontologico, nel quale si inserisce la prima verità scomoda, la constatazione che l’uomo non è un semplice grumo di molecole; 2. l’ambito cosmologico, dove si estrinseca la facoltà relazionale e la corporeità come strumento ad un tempo di autonomia e relazionalità; 3. l’ambito metafisico, che inaspettatamente diviene l’unico scenario concepibile nel contestualizzare la terza verità scomoda, l’unica certezza, in sé misteriosa, della morte.
Partendo dunque da tali solidi fondamenti, l’opera si dispiega agile toccando leggermente e in profondità – simile a un bisturi – molteplici argomenti, porgendo una buona opportunità per successive analisi sulla stratificazione interpretativo-riduzionistica depositatasi su di questi negli ultimi secoli. Sin dall’introduzione (La medicina e il suo paradosso, pp. XI-XV) l’autore esplicita il suo obiettivo e mette in luce, grazie anche alla padronanza delle etimologie, i nodi focali della professione medica, i paradossi: “Nel nostro tempo dominato dall’idea del progresso a tutti i costi, dell’efficienza, del profitto, dell’esclusione del più debole, la medicina, e con essa la cura, si trova esposta a molteplici paradossi e criticità, che nelle prossime pagine cercheremo di approfondire.” Nel primo capitolo (Il luogo della cura, pp. 1- 4) è delineato il contesto dell’azione curativa, la persona. Essa è ad un tempo “misura e fine della cura”, nella fragilità riconosciuta della sua condizione di “passività originale (in definitiva l’impossibilità di scegliere tra il nascere, il vivere e il morire)” (p. 2). Viene di seguito riconosciuta la struttura relazionale della medicina e la necessità di indagare la natura etica di tale relazione.
Il capitolo secondo (La medicina e la cura, pp. 5-9) verte sulle ragioni della struttura relazionale della medicina, ponendo come tramite, vero e proprio centro dell’azione biunivoca tra paziente e medico, la sofferenza; essa induce all’ascolto il medico, e se tale ascolto si attua, l’autonomia e la dignità del destinatario della cura – non ridotto a mero ‘portatore’ della malattia oggettivata e interesse principale – è salvaguardata.
Nel terzo capitolo (La salute e la cura, pp. 11-29) si affronta il nodo cruciale della salute, concetto passato a significare dalla realistica tendenza all’omeostasi microcosmica del pensiero greco ad “[un] ordine [che] diventa però pura astrazione quando l’adesione alla norma non è umanamente possibile, come nel caso in cui si voglia far coincidere il concetto naturalistico di salute con lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, secondo la nota dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS [Consitution de l’Organisation Mondiale de la Santé, Genéve: O.M.S.,] 1973, p.1)” (p. 14). Di seguito viene analizzato lo sviluppo organizzativo e istituzionale del sistema sanitario negli ultimi decenni, argomentando in modo lucido come segue: “In virtù della sua ragione istituzionale, il medico gioca il ruolo di agente di controllo oltre che di terapeuta, e in quanto controllore è necessariamente inserito in un complesso sistema organizzativo all’interno del quale la tradizionale veste di professionista […] si mimetizza con quella del funzionario che fa capo al potere statuale e che deve conformare la propria azione al sistema burocratico […]. Sottratta ai medici, la gestione della medicina è passata ai politici, e in Italia più che altrove si assiste ai fenomeni deprecabili di lottizzazione e occupazione clientelare di spazi di potere all’interno del sistema sanitario.” (p. 17). Gli ospedali allora divengono “gigantesche macchine oggettivanti” dove il principio dominante è di natura economica: l’urgenza, perché il tempo è denaro. Questa trasformazione dell’ospedale in senso economico trova le sue radici nella rivoluzione francese (p. 21). L’affermazione delle ideologie, conseguente a tale rivoluzione, ha prodotto anche nel campo sanitario delle deformazioni prospettiche; nelle parole dell’autore: “La malattia parla al paziente al singolare e, come si è detto, il paziente parla al singolare della sua malattia. Percepire al plurale una richiesta di cura espressa al singolare è generalmente frutto di una distorsione comunicativa” (p. 25).
Il quarto capitolo (Gli archetipi della medicina, pp. 31- 36) esamina due immagini archetipiche della medicina: la parabola evangelica del buon samaritano; la distinzione tra il medico degli schiavi e il medico degli uomini liberi nell’opera platonica delle Leggi. Nel lungo quinto capitolo (Il buon samaritano, l’autonomia e la fiducia, pp. 37-75) l’autore inizia con l’analisi della parabola del buon samaritano, dalla quale enuclea delle riflessioni (impropriamente chiamate “principi”) che lo conducono ad affrontare l’eccesso rigido della relazione curativa, ossia il paternalismo, quando una volontà più forte si impone (fino ai limiti del plagio) su quella più debole, perché magari anche sofferente; in seguito passa ad affrontare l’argomento dell’autonomia, individuandone l’ipertrofia contemporanea: “[…] non c’è dubbio che l’autonomia sia oggi considerata un valore assoluto, tutto modulato sulla tonalità dell’individualismo, del successo, dell’originalità di pensiero e azione, care alla nostra generazione” (p. 45), cui potremmo aggiungere “caratterizzata dall’intelletto scolasticamente modificato”, espressione che i lettori di questo sito conoscono bene. Toccando poi i concetti di affidamento, diritto, legge e contratto, l’autore giunge con una logica consequenziale invidiabile a presentare il tema del consenso al trattamento sanitario e i suoi “elementi di criticità” (p. 58), seguendo il modello di Goffman circa la funzione compensativa del consenso nelle situazioni di asimmetria interattiva. Nello stesso tempo recupera una prospettiva più ampia del termine autonomia che ha il sapore del paradosso: “nella prospettiva contrattualistica l’autonomia individuale è subordinata all’eteronomia del vincolo contrattuale, così come, per essere libero, il soggetto deve essere vincolato a parole che lo legano ad altri esseri umani. La vera autonomia è quindi l’obbedienza.” (p. 65).
Nel capitolo seguente (VI, La deontologia medica, pp. 77-117) l’autore investiga la natura dell’asimmetria relazionale che si instaura tra medico e paziente inserita precedentemente nel ragionamento. Nell’ambito di tale investigazione piace ricordare la “Regola d’oro” attribuita a Hillel, maestro rabbinico di Paolo di Tarso riassumibile nella formula “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” (pp. 82-83), formula che porta alla considerazione che “la parità viene ristabilita attraverso il condiviso riconoscimento della fragilità, e in ultima analisi, della mortalità (Ricoeur [P., Sé come un altro, Milano, Jaca Book, 2005, p. 288)” (p. 88). Ecco dunque che l’asimmetria iniziale tra medico e paziente viene ovviata dapprima con l’etica dello scambio e successivamente – grazie alla lezione cristiana – tramite l’etica del dono. Alcuni capoversi (pp. 111- 112) sono dedicati allo sviluppo storico del codice di deontologia medica in Italia, “frutto di quel processo di aggregazione dei medici che condusse alla costituzione, nel 1862, dell’Associazione Medica Italiana”, cui seguirono le costituzioni degli ordini dei sanitari (1887-1889), culminanti nella Federazione (1898), l’istituzione degli Ordini dei medici per ciascuna provincia (legge n. 455/1910). I primi codici furono quello di Sassari (1903) e di Torino (1912), seguiti a partire dal 1954 da quelli di efficacia nazionale, con le successive edizioni del 1978, 1989, 1995, 1998 e 2006.
Nel settimo capitolo (La prospettiva bioetica, pp. 119-143), oltre ai fondamenti esaminati all’inizio di questa recensione, l’autore mette in guardia contro la tendenza sempre più preponderante nel mondo attuale a considerare la medicina come mera capacità tecnica di migliorare le prestazioni corporee servendosi anche di elementi sintetici, che hanno portato alcuni studiosi francesi a creare il termine “antropotecnica” in una concezione dell’uomo come homo novus biotech (p. 129). Tutto ciò comporta una ‘disumanizzazione’ della medicina, “la più umana tra le discipline”, ragion per la quale l’autore suggerisce in chiusura il rimedio di “[…] un atto di umiltà, un atto che, come il termine umiltà ci indica, ricollochi l’umanità nell’humus di un mondo vitale, di cui siamo tutti partecipi, ma il cui possesso ci sfugge” (p. 142).
Oltre i temi esposti, l’opera presenta il pregio – assai raro – di rendere accessibili al lettore italiano tutta una serie di studi francesi contemporanei (da autori quali Hautval, Hirsch, Le Breton, Malherbe, Sloterdijck) tramite il lavoro, anche di traduzione, del suo autore.
RICCARDO GARBINI |
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