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Recensione a Paola Binetti, La famiglia tra tradizione e innovazione
Inserito il 11 giugno 2009 alle 14:13:53 da yanvy.

Recensione di Riccardo Garbini

Paola Binetti, La famiglia tra tradizione e innovazione, Roma, Edizioni Scientifiche Ma.gi., 2009, pp. 255, € 20.

Questo saggio dell’onorevole Paola Binetti (membro del Comitato nazionale di bioetica e deputato del Pd), a differenza di quanto promesso dal titolo, non tratta specificatamente della famiglia in quanto tale; piuttosto è una descrizione, a tratti analitica, a tratti poetica, delle attuali tendenze del fare famiglia (come recita il risguardo della copertina); il saggio si risolve in un’osservazione dall’esterno delle relazioni familiari contessute alla società circostante, senza però mai trovare una sequenzialità scientifica delle dinamiche descritte.

Un chiaro segnale della delimitazione del punto di vista adottato lo abbiamo all’inizio (cap. I, Il contesto sociale), quando l’oggetto della sua ricerca viene presentato nei termini seguenti: “È certamente una dimensione costitutiva dell’essere umano, chiara ed enigmatica al tempo stesso; qualcosa di cui tante scienze fanno l’oggetto privilegiato della loro indagine: antropologia e filosofia, demografia e statistica, psicologia e sociologia, economia e politica, ma in definitiva non ne sappiamo ancora molto” (p. 17).
Significativamente, nel novero delle scienze indicate dall’autrice non compare la pedagogia, senza la quale una grande fetta della realtà familiare rimane ignorata.
Anche il quadro storico di riferimento risulta alquanto limitato: introduzione del divorzio (p. 12), competitività tra sistema famiglia e sistema lavoro (p. 23) sono visti come elementi disgreganti l’unità familiare, ma esclusivamente in una tassonomia di sapore sociologico che non approfondisce i perché di tali condizioni, limitandosi ad una loro classificazione come ‘elementi innovativi’.
Tale e quale lo svolgimento di “Alcuni descrittori del cambiamento familiare” (pp. 24-39), dove a dati statistici sono associati osservazioni di carattere generale, il tutto in una prospettiva che vorrebbe dare l’impressione della dinamicità, ma che in realtà risulta un collage dei luoghi comuni diffusi a livello mediatico (della prospettiva volutamente e fortemente orientata non si dà assolutamente conto), trascurando però nel contempo gli importanti studi di settore (vedi ad esempio l’importante contributo di P. Aroldi “Discorsi di famiglia. Il detto e il non detto della famiglia nei discorsi sociali e nei media”, consultabile in http://www.forumfamiglie.org/allegati/documento_294.pdf ).
Nel secondo capitolo (La coppia nella prospettiva del far famiglia, pp. 41- 82) si vuole mettere a fuoco la condizione della coppia: una volta rintracciata l’intelaiatura principale dell’unione familiare, identificata dall’autrice nella dimensione orizzontale del rapporto di coppia e in quella verticale di rapporto con i propri genitori e la proiezione a diventare genitori a propria volta, si passa a trovare sostegno nell’art. 29 della Costituzione cui si associano una serie di considerazioni attuali sulle difficoltà di instaurare un rapporto durevole, le quali mancano tuttavia della sistematicità che ci si attenderebbe da un saggio. Qui la non conoscenza delle virtù (nel caso specifico la gratitudo e la vindicatio, sostituite dalla “dialettica tra dono e perdono”, p. 142) quali fondamenti della sociabilità e motori primi dell’impianto familiare tra due persone, si rivela nell’incapacità di riportare a matrici comuni, intelligibili e comprensibili, tutta la congerie di problematiche che sembrano messe lì appositamente per avvelenare la vita alle giovani coppie; né tantomeno le soluzioni proposte – “ripensare il rapporto tra identità e apertura relazionale” (pp. 49-57), “Apprezzamento della famiglia come valore e il valore famiglia” (pp. pp. 57-61) – riescono ad apparire poco più di “pezze a colore” per il loro attingere ad una serie di concetti caduchi (il “valore” famiglia, l’investimento affettivo) come il momento storico che li ha prodotti, non essendo dunque in grado di penetrare in profondità all’interno delle persone e di proporre rimedi solidi, radicati nell’humus delle nostre tradizioni comunitarie; ora, proprio tali rimedi occorrerebbero alla ventata adolescenziale - che sembra essere la nota dominante di molti comportamenti familiari - per passare finalmente alla fase adulta.

La semplice rassegna dei vizi (egoismo in primo luogo) e delle cattive abitudini contratte oggi soprattutto attraverso il martellamento mediatico che attiva l’uso della capacità mimetica, senza analizzarli nella loro genesi e nelle loro finalità, toglie qualsiasi efficacia alle velleità propositive dell’autrice che pur riconoscendo la mancanza di “un quadro etico di riferimento solido”, si guarda bene dal proporlo, o almeno solo abbozzarlo. L’eclisse della figura maschile, ad esempio, viene solo notata di sfuggita e mai messa in relazione con tutta una serie effetti – negativi – che pure sono notati (come l’incapacità a prendere delle decisioni da parte della coppia, p. 81).

Il terzo e il quarto capitolo (Dal rapporto di coppia al paradigma della genitorialità, pp. 83-149, e L’omosessualità in rapporto al far famiglia e alla genitorialità, pp. 151-212) costituiscono la parte più importante (anche quantitativamente) del saggio: da una parte viene invocato un ordine naturale che trova riscontro solo … nell’art. 29 della Costituzione e in un florilegio di espressioni di sapore vagamente sindacale o dopolavoristico (matrimonio come patto sociale, apertura genitoriale, educazione come patto intergenerazionale, ginnastica etica), dall’altra sono anche qui elencati una serie di problemi e difficoltà relazionali intrafamiliari – semplicemente descritte, mai spiegate; il risultato sono una serie di rimedi di sapore nettamente commerciale (chiamarli soluzioni risulterebbe inappropriato al campo semantico scelto per definirli) che hanno lo scopo precipuo di fornire motivazioni stabilizzanti dell’azienda-famiglia: “la valorizzazione della genitorialità come spazio negoziale del patto intergenerazionale”. In questo quadro la citazione del famoso passo paolino sull’amore (I Corinzi 12, 4-8, a p. 126) appare una ventata poetica che difficilmente riesce ad essere intelligibile, dunque anche immediatamente operativa, ma rimane lì, stagliata sullo sfondo come una bella decorazione della quale non si conosce più la funzione. La mancanza di una solida pedagogia familiare, basata sul concetto di famiglia , non su quello di “fare famiglia” (che implica anche taroccamenti e surrogati) porta l’autrice ad inoltrarsi in tematiche che con la famiglia in quanto tale non hanno nulla da spartire (il quarto capitolo) e che solo la caduca (ancora una volta!) moda dei nostri tempi vuole disperatamente associare. Il risultato sono delle divagazioni che al tema fondamentale non portano alcun contributo, rafforzando anzi al contrario la sensazione di precarietà, di cambiamento ineluttabile, di avvenire oscuro che avvolge la nostra percezione dell’istituto familiare.

L’ultimo capitolo (Questioni aperte su famiglia e dintorni, pp. 213-241) suggella quanto detto in precedenza. Passaggio illuminante dell’attività parlamentare espletata dall’autrice: “è possibile ipotizzare [utopizzare?] anche a livello legislativo una maggiore sensibilità femminile per declinare contestualmente le esigenze professionali con quelle familiari, cercando di rimuovere gli ostacoli per una piena affermazione professionale della donna, senza lasciare sguarnita, orfana verrebbe voglia di dire, la famiglia”. Classico esempio di ‘cerchiobottismo’ che purtroppo non aggiunge niente al lettore, a parte forse un’ulteriore e non richiesta confusione.
Altre perle: “Lo stile di famiglia resta evidente anche con il passare degli anni, come se un misterioso imprinting forzasse certe scelte e certi giudizi di valore.”. Con questa frase – che mostra l’indubbia importanza dello stile familiare – forse che l’autrice si è sforzata di identificare o quanto meno di analizzare all’interno del suo pur non esile saggio lo stile di famiglia? Certo che no! Esso rimane avvolto nelle nebbie di una fatalità, tra il biologico e il mistico, che in qualche modo viene subita e la cui azione è avvertita come una forzatura. Complimenti alla coerenza, quella stessa coerenza che le ha fatto inveire – pagine addietro – contro lo smarrimento dell’identità familiare!
Con queste premesse si preferisce stendere un velo pietoso, rispettoso anche della pazienza del lettore assennato, sulle cosiddette ‘considerazioni’ fatte dall’autrice nelle pagine finali sulle politiche familiari, e i vari ddl riguardanti i CUS, PACS, DICO.

Le Conclusioni (pp. 243- 246) dimostrano lo sforzo del tutto teorico sostenuto dall’autrice: “Riflettere su Famiglia e natura della famiglia significa svolgere un processo di elaborazione in cui stabilità e cambiamento entrano in reciproca risonanza.” (p. 244), laddove la lacuna macroscopica di tutto l’articolato ragionamento risulta proprio nell’osservazione della realtà (non nel suo surrogato statistico), nella prospettiva di quella “pedagogia della realtà” che da anni anima gli studi del prof. Fioravanti e della sua scuola, grande assente in questo saggio. RICCARDO GARBINI

 

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