| Recensione a Un paese di baroni. Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organi |
Recensione di Riccardo Garbini
Davide Carlucci e Antonio Castaldo, Un paese di baroni. Truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana, Milano, Chiarelettere Editore, 2009, pp. 311, € 14,60.
Questo libro-inchiesta di due giovani giornalisti (il primo de “La repubblica”, il secondo del “Corriere della sera”) verte su alcune condizioni di cooptazione dei docenti nell’università italiana odierna. In particolare (come affermato nella Premessa, p. 3) “Questo libro […] si propone come un’istantanea sullo stato dell’università italiana, e delle élite che la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia.”
Come tutte le istantanee, quest’opera mette in risalto tutta una serie di informazioni attuali sulle condizioni e vicissitudini parental-giudiziarie di parte della classe accademica – in particolar modo tra il 2002 e il 2008. Solo in casi sporadici compaiono timidi accenni di un’eziologiam, non risalente comunque mai ad oltre un trentennio. L’attenzione e lo stile degli autori – prettamente di stampo giornalistico – a volte appaiono attirati verso il sensazionalismo di alcuni avvenimenti piuttosto che alla dinamica loro sottesa.
Nell’affastellamento di casi giornalistici, è possibile espungere qualche dato significativo. Partiamo dal corpo docente universitario esaminato nel suo insieme: nel 2006 risultano 23.046 ricercatori, 19.083 professori di seconda fascia e 19.845 ordinari, per un totale di 61.974 professori di ruolo, accanto ad un altro cospicuo numero di precari, ossia i professori a contratto, calcolato in 42.242 persone (capitolo introduttivo “Foto di gruppo”, p. 11). Un’indubbia proliferazione di personale che trova un preciso riscontro nella moltiplicazione – esito dell’autonomia universitaria approvata nel 1999 – dei corsi di laurea (passati da 2.336 a 5.545) e degli insegnamenti (da 85.000 a 171.000). Nell’accennata proliferazione di insegnamenti non mancano i casi quantomeno bizzarri: per una rassegna degli stessi si veda l’opera di Salvatore Casillo, Come ti erudisco il pupo, Roma, Ediesse, 2007.
Nella prima parte (“Un sistema mafioso”, pp. 27-125) sono presentati alcuni casi di ribellione interna (i casi del prof. Carlo Sabbà e della ricercatrice Antonella Fioravanti) che – microfono alla mano - hanno raccolto elementi sufficienti per far gettare alla magistratura una luce indagatrice sul sistema complesso e “riservato agli addetti” dei concorsi universitari. Viene poi esposta la procedura concorsuale, e così veniamo a scoprire che ogni concorso viene a costare tra i 5.000 e i 10.000 euri; “se si considera che, nel 2005, le valutazioni comparative bandite sono state 3891, è ragionevole calcolare che in quell’anno il reclutamento dei docenti universitari sia costato allo Stato tra i 20 e i 40 milioni di euro solo per le spese concorsuali. Ipotizzando che almeno la metà dei concorsi sono inutili perché già definiti, si può quantificare, probabilmente per difetto, che la macchina della cooptazione accademica costi ogni anno dieci milioni di euro.
Soldi quasi sempre buttati. Tanto che molto spesso l’offerta di cattedre riesce a superare le domande …” (pp. 52-53). Segue un elenco dei sotterfugi ed espedienti, adoperati per orientare e piegare la complessa macchina burocratica alle proprie personali esigenze, messi in atto dai cosiddetti “baroni”, ossia quelle personalità del mondo accademico nelle quali si sommano tutta una serie di incarichi e responsabilità che ne fanno dei veri e propri “signori feudali”, con diritto (non scritto, ma tacitamente condiviso) ereditario diretto (mogli, figli, nipoti) e indiretto (amanti, nuore, generi). Si presenta così al lettore una “mappa araldica” (chiamata dagli autori “Parentopoli”) del potere accademico in talune università italiane.
Nella seconda parte (“I poteri che contano”, pp. 127-212) è la volta della presenza e influenza della Massoneria all’interno del corpo docente, sia pure con forti limitazioni (“… gli accertamenti della magistratura bolognese confermano l’esistenza di logge coperte in cui i personaggi influenti venivano affiliati «sulla spada», cioè all’insaputa degli altri confratelli, e quindi tenuti «all’orecchio» del solo gran maestro. I loro nomi non figuravano negli elenchi ufficiali …”, p. 136), fenomeno questo che ai lettori del presente sito non è certo sconosciuto quanto a motivazioni (v. lo studio Dall’Università alla Multiversità, di R. Garbini, Napoli, L’Orientale, 2006).
La terza parte (“La politica”, pp. 213-260) mostra i limiti più evidenti della mancanza di un sicuro retroterra storico alla questione. Gli autori accettano l’osmosi tra università e mondo politico come un elemento connaturato da “sempre” all’istituto universitario (p. 215). Partendo da questo assunto, pur presentando casi di palese ingiustizia (nell’università napoletana intitolata a Jean Monnet), riesce difficile trovare il principio sul quale basarsi per condannare decisamente scelte governative, politiche o accademiche: se la giustizia si identifica con le leggi, queste le fanno i parlamentari e le difendono i giudici; nel caso dunque entrambe le categorie possano essere interessate a finanziare e gestire parte del mondo accademico, dov’è lo scandalo? Tutt’al più si può ravvisare una o più irregolarità procedurali. La grande dimenticata di questa parte è proprio l’istituzione universitaria, i suoi fondamenti, i suoi principi, le sue finalità, sacrificate sin dai tempi risorgimentali sull’altare dell’interesse dello Stato. È in quel periodo che si crea l’osmosi, e tutte le storture che affliggono oggi l’istituzione universitaria non potranno essere definitivamente affrontate e sanate fino a quando non cadrà il tabù di intangibilità sui nostri “padri della patria” e sul loro operato. A poco dunque servono le rivendicazioni elencate nella quarta ed ultima parte del libro (Epilogo, “La rivolta”), rivestendo esse un carattere reattivo e personale (sia pure in taluni casi – quello del prof. Anania – in vicende di ampio respiro accademico), più che propositivo e universale, nei confronti dell’istituzione “universale” per eccellenza. L’insieme delle voci di protesta raccolte alla fine è sicuramente un sintomo, del quale bisogna però imparare a fare l’anamnesi per meglio definire la diagnosi dell’università italiana.
RICCARDO GARBINI
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