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Recensione a Francesco Antonio GRANA, Come comunicare la Chiesa. Come la Chiesa comunica
Inserito il 21 gennaio 2009 alle 07:44:19 da yanvy.

Recensione di Riccardo Garbini

Francesco Antonio GRANA, Come comunicare la Chiesa. Come la Chiesa comunica, Napoli, L’Orientale Editrice, 2008, pp. 166, € 18,00.


Accompagnata dalla prefazione del cardinale Michele Giordano, l’opera costituisce una riflessione dell’Autore sul difficile rapporto tra Magistero della Chiesa cattolica e il mondo della comunicazione contemporanea; essa si compone di sette capitoli (pp. 13-83), di una nutrita appendice documentaria (pp. 85-158), e si conclude con 8 pagine di bibliografia.
Questo rapporto difficile e molte volte contraddittorio è stato più volte oggetto di investigazione ed analisi da parte della Santa Sede nel corso del XX secolo, a partire dalla lettera enciclica Vigilanti cura di Papa Pio XI sul cinema (1936, qui riprodotta integralmente alle pagg. 87-101) fino ai recenti interventi di Sua Santità Benedetto XVI (Messaggio per la XLII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, del 24 gennaio 2008).
Il Magistero della Chiesa si trova oggi a doversi confrontare con mezzi di comunicazione di massa, la cui funzione perspicua è quella di orientare e formare l’opinione pubblica, piuttosto che “essere espressione di una diaconia della cultura” (p. 14). Da qui una serie di difficoltà da parte del messaggio evangelico – etimologicamente (“lieta novella”) dotato di capacità intrinseca di diffusione – di passare efficacemente attraverso le categorie massificanti dei mezzi di comunicazione odierni (soprattutto TV e internet). Le categorie comunicative massmediatiche (pp. 22-29) infatti sono frutto delle tendenze seguenti:
a) istituzionalizzazione, ossia un riduzionismo tematico dovuto alla limitazione spaziotemporale del giornalista;
b) politicizzazione, un riduzionismo ermeneutico dovuto alla natura stessa del mezzo giornalistico, che nasce come strumento politico ed interpreta anche la religione alla stregua di un semplice instrumentum regni;
c) spettacolarizzazione, il riduzionismo teleologico legato al fine di catturare l’audience sollecitandone le facoltà sensoriali e gli atteggiamenti passivi;
d) polarizzazione, riduzionismo metodologico imperniato sul monopolio assoluto della dialettica, con l’enfatizzazione degli aspetti conflittuali, a discapito della capacità dialogica.
Il Concilio Vaticano II (con il decreto Inter mirifica) accettò la sfida della modernità, predisponendosi al confronto anche sul piano mediatico; nacque in tal modo la figura dell’informatore religioso. Questa apertura nei confronti della mentalità moderna non diminuì le difficoltà, anzi le accrebbe: i concetti di sacro e di santo, cuore della dottrina religiosa, di fatto già difficilmente comunicabili di per sé, risultano assolutamente ‘incomunicabili’ con i pur moderni e tecnologicamente avanzati mezzi di comunicazione i quali però si fondano – e trovano perciò il loro stesso limite ontologico – su una griglia spaziotemporale assai rigida. I mass media fondano il loro valore e la loro efficacia sulla velocità e sull’ampiezza di diffusione, ossia su dati meramente quantitativi; la qualità è irriducibile alla quantità e si trova in tal modo sacrificata al Moloch dell’opinione pubblica. E’ indubbio che i mass media contribuiscano oggi in modo sostanziale a formare il mondo come esso risulta convenzionalmente percepito dalla maggioranza delle persone; in questa rappresentazione convenzionalmente costruita, però, la metafisica, la profondità, scompaiono, si appiattiscono su immagini sensoriali serialmente riprodotte. Tale concetto appare nelle parole dell’Autore così: “Ciò che la mentalità moderna ha fatto è stato rendere Dio irrilevante per gli affari umani sulla terra.” (p. 38)
Il mondo delle comunicazioni viene considerato come “il primo areopago del tempo moderno, che sta unificando l’umanità rendendola – some si suole dire – un villaggio globale” (Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, Edizioni Paoline, Milano, 2005, p. 730). Ora, nell’accettazione di una tale prospettiva da parte del Pontefice romano, vi è sicuramente da rilevarsi il medesimo coraggio che muoveva i martiri a testimoniare la loro fede in mezzo ai frizzi, ai lazzi e alle torture degli interessi meschini coalizzati a formare l’allora opinione pubblica.
Con il debutto (p. 70) della rete informatica, nel 1991 per inviare il Vatican Information Service e nel 1995 come mezzo per diffondere il messaggio natalizio papale, il Vaticano entra pesantemente (dal punto di vista numerico dei contatti) nel mondo virtuale. Le cifre riportate nel testo non lasciano dubbi sul seguito ampio delle iniziative vaticane nel campo dell’informazione. Quello che le cifre purtroppo non riescono a comunicare è il livello qualitativo della fruizione e il suo utilizzo nella vita quotidiana delle persone.
In base a quanto detto in precedenza, risulta pertanto ovvio che nel pur breve periodo di esposizione televisivo-informatica cui la Chiesa è stata soggetta, si stanno delineando già (pp. 77-79) delle distorsioni comunicative, che riguardano il potenziamento mediatico della figura papale e che generano tre tipi di dilemmi teologici e pastorali: 1) si accresce la difficoltà del dialogo ecumenico di Roma con le chiese separate; 2) si presenta il dilemma teologico riguardante l’autorità nella Chiesa; 3) si arriva addirittura a confondere il volto stesso della Chiesa come popolo di Dio.
Da questi brevi accenni, e dall’esperienza quotidiana, appare evidente come la dottrina metafisica della Chiesa sia la principale vittima – i risultati maturati a quarant’anni da tale ‘apertura’ non fanno che confermarlo – del mondo della comunicazione. L’accettazione fatta nel 1975 da Sua Santità Paolo VI di partecipare a questo gioco (p. 65), svela ad oltre trent’anni di distanza, tutti i danni subiti in questo stato di necessità: il prevalere di preoccupazioni contingenti, transeunti, variabili, su quelle del depositum fidei e perciò eterne, crea una percezione della realtà religiosa sempre più di carattere accessorio, tutt’al più con una venatura nostalgica, nei confronti della ‘vita vera’.


RICCARDO GARBINI

 

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