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Recensione a Salvatore Porcelluzzi, Educare con cura.
Inserito il 18 luglio 2008 alle 18:09:09 da yanvy.

Recensione di Riccardo Garbini

Salvatore Porcelluzzi, Educare con cura. Famiglia, scuola e società nella crescita della persona, Leumann (TO), Elledici, 2008, pp. 112, € 8



Nella quarta di copertina del volume troviamo così riassunto il suo contenuto: “[…] vengono trattate problematiche attuali come il bullismo, la dispersione scolastica, la personalizzazione del processo d’insegnamento-apprendimento, l’orientamento scolastico, l’educazione al cambiamento, il valore dello studio, l’autostima, la continuità del processo educativo nei passaggi dalla scuola dell’infanzia alle scuole superiori, il senso di inadeguatezza del genitore e il mito dell’educatore infallibile”.

Non vi è dubbio che la lista di argomenti così inanellati susciti interesse, in quanto vi sono i sintomi del malessere ‘scolastico’ che affligge più o meno tutti (a varia intensità): studenti, genitori, insegnanti.
Inoltre, il foglio informativo che accompagna il volume per i recensori lo designa come un “agile strumento di lavoro [che] nasce dall’esperienza diretta, sul campo: l’autore, psicologo e pedagogista, affronta i vari problemi prendendo lo spunto da casi e da storie concrete e li integra con quanto di più aggiornato viene posto in evidenza grazie agli studi e alle ricerche che, nel settore educativo, non conoscono sosta”.

A quanto sembra, dunque, di materiale da poter essere presentato in questo sito ce ne sarebbe sicuramente d’avanzo, dal momento che la presentazione appare certificare un taglio realista del saggio.
Inoltrandosi invece nella lettura, una tale aspettativa è vanificata in quanto l'opera, sostanzialmente, ripercorre le vie battute dalla frusta burocrazia ministeriale, risultando un tentativo di coniugare alle normative sovranazionali, astratte, la realtà quotidiana degli studenti italiani, ascrivendo alle prime la palma dell'infallibilità indiscutibile del progresso della civiltà. Basteranno qui pochi accenni, ma significativi: nei “quattro tipi fondamentali di apprendimento” (pp. 11-14), l'autore segue pedissequamente le direttive UNESCO in quanto “Educare con cura significa prendere in seria considerazione quanto emerso dal Rapporto UNESCO [in realtà dell’economista Delors] della Commissione Internazionale sull'Educazione per il XXI secolo”; un giudizio di ben diverso spessore ci si attenderebbe da uno psicopedagogista, il quale abbia ben chiaro il significato del termine educazione, piuttosto che un'acritica accettazione dei dettami oracolari da dover sciogliere e interpretare, magari, ma giammai mettere in discussione. A questo proposito, gioverà ricordare che il Rapporto Delors (1996, edito in Italiano a Roma l'anno seguente da Armando) segue quello del 1972 della Commissione internazionale per lo sviluppo dell’educazione, più noto come Rapporto sulle strategie dell’educazione o Rapporto Faure.
Analizzando il Rapporto Delors (sul quale vedi http://www.totustuus.biz/users/educazione/delors.htm), ci si accorge che “Il fine centrale dell’educazione è la realizzazione dell’individuo come essere sociale” (p. 45) e “il sistema educativo ha quindi il compito esplicito ed implicito di preparare ciascun individuo a questo ruolo sociale” (p. 53). Ora, va da sé che l'antropologia sottesa da queste frasi è riduttiva in quanto risolve la formazione umana esclusivamente all'interno di un sistema sociale predefinito; c'è anche da considerare, nel contempo, che un errore di traduzione potrebbe aver ingenerato questo equivoco: laddove si adopera education o educational system non si indica infatti l'educazione (la quale, ricordiamolo, ha come oggetto le qualità umane), quanto l'istruzione e il sistema di istruzione. In questo modo le asserzioni del Rapporto Delors assumerebbero contorni umanamente più sostenibili, in quanto il fine centrale dell'istruzione può essere ragionevolmente inteso come la preparazione alla vita in società. Ma purtroppo il nostro autore persiste nell'ottica fuorviante e parla (probabilmente anche sotto l'influsso degli scritti del sociologo Edgar Morin, altro alfiere indiscusso dei programmi UNESCO) de “l'imparare ad essere” (p. 13) giungendo a questa gustosa riflessione: “L'educazione deve condurre la persona ad essere, assumendosi le proprie responsabilità, imparando a prendere le decisioni, divenendo sempre più libera nell'esprimere il proprio pensiero, inseguendo la realizzazione dei valori universalmente riconosciuti.” Ora, che nella costituzione della persona adulta si possano riconoscere tutte le facoltà sopra elencate, è indubbio; che un tale processo lo si presenti come patrocinato e diretto da un organismo internazionale, questo genera una certa perplessità e disagio, soprattutto se messo in relazione con i “valori universalmente riconosciuti”. Siamo all'esportazione della ‘democrazia cognitiva’ su scala planetaria?
Altro equivoco fuorviante che pervade il testo è quello dell'intercambiabilità di termini quali apprendimento e studio, finendo attraverso questa involontaria sineddoche per rendere inintelligibili alcuni problemi e atteggiamenti pre- e post-adolescenziali degli studenti italiani. Ecco che i consigli dello specialista appaiono significativamente collimanti con l'apparente buon senso dell'opinione generale, (de)formato a dosi sempre più massicce di (dis)informazione preconfezionata.
Procedendo sommariamente, i due capitoli dedicati al “passaggio dalla Scuola Primaria alla Secondaria di I grado” (pp. 26- 31) e “Passaggio e cambiamenti dalla Scuola Secondaria di I grado a quella di II grado” (pp. 32- 38), posti sotto l'egida della circolare ministeriale n. 339 del 1992, assommano una serie di istruzioni per l'uso scritte, a quanto sembra, più per far comprendere ai genitori l'ingranaggio scolastico che per un'analisi oggettiva dello stesso. Anche qui, l'impostazione sostanzialmente astratta finisce per giocare dei brutti scherzi all'autore: la giusta lode al senso di appartenenza (pp. 30-31), uno dei fondamenti della sociabilità, non è radicata nelle condizioni reali (famiglia, associazionismo volontario, enti intermedi) e finisce per essere una condizione da ricercare all'interno di una realtà spersonalizzante, quale quella della scuola italiana. Il risultato, divertente sotto certi aspetti, è quello di leggere tutta una tirata sulla necessità di “promuovere la continuità” per far sentire lo studente “un po' a casa sua”, senza far nemmeno un accenno che nel monopolio burocratico statale dell'istruzione italiana, di proporzioni elefantiache, vi sono almeno 200.000 insegnanti che ogni anno cambiano scuola ...
Questi pochi esempi citati bastino per comprendere la fondamentale inutilità di un testo del genere che si dilunga, col medesimo taglio, a parlare nel capitolo “Perché nessuno si perda” di dispersione scolastica (pp. 39-56), di bocciatura nella scuola secondaria (pp. 57-62), a celebrare l'autostima (“Il valore dell'autostima”, pp. 63-79), a finire in crescendo analizzando le possibili mancanze nella “unione educativa” (pp. 81-102) che possono naturalmente riguardare le famiglie (a volte “latitanti”), la volontà dei ragazzi (come nel cosiddetto “bullismo”), ma giammai la scuola statalizzata italiana. Del tutto sommaria e inadeguata al titolo la bibliografia (pp. 103-104).


– Riccardo Garbini –

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Inserito il 26 agosto 2008 alle 16:13:09 da giusy.  0/5
 
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