Pedagogia della realtà. Realismo pedagogico, educazione, pedagogia. Libri ricerche di pedagogia  
  Il progetto     
 
Recensione a L’altro Manzoni di Aldo Spranzi
Inserito il 14 aprile 2008 alle 18:00:55 da yanvy.

Recensione di Riccardo Garbini

Aldo Spranzi, L’altro Manzoni. Indagine su un “delitto perfetto” che attendeva con impazienza di essere scoperto, Milano, Ares, 2008, pp. 344, € 18 In quest’opera, vibrante e analitica, indagine poliziesca vera e propria, nella rilettura dei Promessi sposi e della biografia manzoniana, siamo accompagnati per mano a rivedere ex novo (in molti casi a scoprire), scevri di qualsiasi impostazione scolastica precostituita, quello che comunicano i singoli personaggi del racconto; l’indagine coinvolge il Manzoni stesso, la sua biografia (per molti aspetti ufficialmente enigmatica), fino alla spiegazione dei numerosi punti oscuri che la costellano ed allo svelamento della vera finalità del romanzo. Il risultato di questo percorso avvincente è che Manzoni e il suo capolavoro vengono liberati dal sarcofago costruitogli dalla cultura accademica e dalla scuola dell’obbligo, di impostazione rigidamente idealista, rivelando una sorprendente ed inquietante attualità. Ma procediamo con ordine. La prefazione, “Caro lettore, hai ragione di essere perplesso (forse anche infastidito), ma …” (pp. 7-13), presenta l’autore, Aldo Spranzi, il suo percorso di studi e l’incontro fatale, nel 1984, con l’opera manzoniana, le perplessità, la curiosità prima, lo studio analitico poi, la scoperta del “fraintendimento del capolavoro nazionale da parte dei letterati” (p. 11); i risultati di tali ricerche sono apparsi nel 1995 (Anticritica dei Promessi sposi, Milano, EGEA, pp. 1210) e nel 2001 (Il segreto di Alessandro Manzoni. Che cosa nasconde l’autore dei Promessi sposi? Una manzoniana detective story, Milano Unicopli, pp. 602), schiudendo nel contempo un vasto campo di ricerca nell’arte che Aldo Spranzi ha intrapreso con entusiasmo arrivando a diventare “economista dell’arte” e sperimentando il metodo inquirente applicato a vari capolavori . La prima parte del volume dal titolo “C’è il sospetto che nel cattolicissimo romanzo sia subdolamente nascosto un micidiale veleno anticristiano” è composta di 12 capitoli, la seconda, “Alla ricerca del movente dell’impostura manzoniana” di cinque. Vediamo i singoli capitoli nel dettaglio. Il capitolo 1, “Una follia aprire un procedimento a carico di Alessandro Manzoni per simulazione e truffa?” (pp. 17-31), chiarisce che in realtà un processo, sia pure sotterraneo, all’opera di Manzoni venne già celebrato subito dopo l’uscita del romanzo alla metà del XIX secolo, ma che per ragioni di convenienza politica fu insabbiato ed archiviato. Si tratterebbe quindi in realtà di riaprire un procedimento, acquisendo gli atti del precedente, con la motivazione che sulla vita del Manzoni ancora oggi “misteriosissima”, non è stata fatta luce: episodi quali la conversione, la crisi del 1816-17 con il tentativo di fuga a Parigi, abortito per divieto asburgico, il conseguente e sconcertante capovolgimento dell’atteggiamento religioso, e soprattutto il grande silenzio letterario (dal 1842 alla morte, nel 1873) seguìto a quello che comunque fu un best-seller, rendono la biografia di Manzoni un cumulo di sospetti sulla sua reale religiosità. Nel capitolo 2, “Per la verità un processo c’è già stato: questo è un procedimento di secondo grado” (pp. 32-48), ricorda che nel 1827 le autorità ecclesiastiche proibiscono a Roma, Milano ed altre città, la diffusione dei Promessi sposi, appena pubblicati; anche se la censura si rivelerà priva di effetti, è comunque un chiaro segnale di allarme che rende necessario aprire un’istruttoria. Significativo le circostanze che il mondo accademico bolla il romanzo immediatamente opera apologetica cattolica, mentre il mondo clericale già da quasi venti anni stava investendo molto su Alessandro Manzoni (autore delle Osservazioni sulla morale cattolica e degli Inni religiosi): nella coincidenza di fini etero generati, ecco costruita la gabbia interpretativa del romanzo e del suo autore, contro la quale si scagliarono per decenni, ma invano, gli ambienti seminariali, dove, non a caso, il romanzo venne di fatto messo all’indice. Saranno i Gesuiti, come testimoniano anche lettere di Monaldo Leopardi e Antonio Rosmini, a ‘sdoganare’ definitivamente il romanzo (p. 36). Una ripresa delle accuse, sia pure con una reticenza politica, si ha alla morte del Manzoni (1873) da parte del sacerdote don Davide Albertario, ma esse non vennero prese in considerazione da parte della gerarchia cattolica – preoccupata di non regalare un tale grande nome agli avversari – e i Gesuiti si incaricarono, con alcuni articoli sulla Civiltà cattolica, di rendere inefficaci le osservazioni del sacerdote. Purtuttavia è la critica dell’Albertario che riesce a far riaprire il caso: egli nota difatti nella fiaba edificante manzoniana due ‘stonature’ rappresentate dai personaggi di Don Abbondio e Gertrude: “Un don Abbondio ateo, amorale e criminale, protetto dal cardinale, non è in nessun modo compatibile con una qualsiasi forma di ispirazione cattolica”; “Quanto a Gertrude, non è una peccatrice che si ravvede, ma la vittima innocente di un delitto di cui la Chiesa è complice” (p. 46). Partendo da questi due personaggi dunque e mettendo a fuoco le perplessità si arriva al punto in cui “la tanto decantata religione manzoniana è diventata un velo religioso ingannevole, deputato a nascondere qualcosa di tanto diverso.” (p. 48). Si inizia la raccolta degli indizi. Il terzo capitolo, “Il vero problema è quello del movente: abbondano gli indizi ma manca il movente” (pp. 49-52), si propone di seguire la tesi accusatoria di diffusione di un veleno anticattolico all’interno del romanzo; a fronte di molti indizi che iniziano ad affiorare sia dall’opera che dalla biografia manzoniane, manca però il movente; questo potrebbe essere stato artatamente occultato dallo stesso Manzoni, per depistare le indagini sul vero contenuto del romanzo. Si decide pertanto di avviare il procedimento investigativo. Il capitolo 4, “Le regole di un corretto procedimento investigativo” (pp. 53-57), illustra la metodologia adottata per non cadere nella trappola interpretativa del pregiudizio di cattolicità: dapprima si esaminerà il romanzo non tenendo conto della biografia e qualora si rinvenisse il veleno anticristiano, se ne chiederà conto alla biografia. L’indagine sarà “onesta, non viziata da atteggiamenti pregiudiziali, ostili o favorevoli all’imputato” (p. 57). Il quinto capitolo (pp. 58-66) ha per titolo “La macchina della truffa non può che consistere nello sdoppiamento della vicenda, nella coesistenza di due romanzi, uno apparentemente ipercattolico, in piena vista, l’altro – quello vero – nascosto, ostile al cristianesimo. Quale può essere la vicenda nascosta? Occorre farselo dire dai personaggi dato che loro sono i protagonisti di entrambe”, che sostanzialmente ne illustra il contenuto: il rinvenimento di una vicenda parallela, il cripto romanzo, che, sotterraneamente rispetto a quella di facciata, ne costituisce l’essenza, è il vero messaggio che si rivela solo a chi sa coglierne i segnali, disseminati qua e là per tutto il racconto. La facciata del racconto corrisponde ai canoni della fiaba morale, coinvolgente e gratificante emotivamente, ma nello stesso tempo elemento fuorviante nei confronti del vero significato, che si appalesa solo a chi non si fa accecare da tale cortina fumogena. Nel capitolo 6, “Personaggi sotto torchio, per costringerli a rivelare la loro vera identità. S’incomincia da don Rodrigo” (pp. 67-80), inizia la rassegna dei personaggi dal rappresentante del “male assoluto” nel romanzo, don Rodrigo. I segnali di perplessità sulla sua reale funzione sono molti e portano alla conclusione che egli non è un criminale – tutt’altro – e tutto quello che fa per Lucia è del tutto eccezionale nella sua vita. La metamorfosi del personaggio si è rivelata seguendo i segnali di perplessità lasciati lungo tutto il romanzo. Il metodo ha portato frutti, quindi lo si applica anche agli altri. Dopo averlo proposto anche ai lettori, nel capitolo seguente - cap. 7, “ I lettori sono invitati a svolgere loro stessi le indagini: possibile & divertente” (pp. 81-90) – viene analizzata la figura di Ludovico>Cristoforo, risalendo alla vera causa dell’agire apparentemente santo del personaggio: “padre Cristoforo altri non è che lo squinternato, disadattato Ludovico vestito da frate”, vanesio, rissoso e rancoroso che finisce la sua vita nel lazzaretto perché “era stanco, stanco di giocare, di recitare, consapevole ormai del fallimento della sua vita” (p. 90). Il Capitolo 8, “Strappata ai personaggi la maschera fiabesca, ci si trova di fronte ai protagonisti della vicenda nascosta” (pp. 81-154), passa in rassegna gli altri personaggi del romanzo: il cardinal Borromeo, innamorato del potere ed esempio di cinismo politico, e l’innominato, selvaggio signore in crisi depressiva, che trovano facilmente l’accordo, gabellato per “conversione” di quest’ultimo; Lucia Mondella, apparentemente religiosa solo perché in realtà superstiziosa e terrorizzata da un Dio vendicativo (versione onnipotente dell’innominato); i birboni del paese, saccheggiatori impuniti che si rivelano nello scempio della vigna di Renzo essere gli stessi abitanti poveri del paese; Gertrude, doppiamente ricattata dal padre e dell’istituzione, ossia la famiglia e la Chiesa che divengono i luoghi della violenza subita dalla fanciulla; l’io narrante, personaggio anch’esso, incaricato “di riempire il romanzo di un moralismo acceso, insistente, greve, ostentato” (p. 143); la sedicente Provvidenza, messa lì a bella posta a giustificare il meccanismo fiabesco da una parte e a rivestire in realtà i panni del Caso nelle digressione storiche. Infine, don Abbondio, caratterizzato dalla mancanza di amore, si rivela essere un perfetto “criminale interiore” (p. 151). Nel capitolo 9, “Il senso del romanzo rivelato dai personaggi” (pp. 155-176), trovati i ruoli alternativi dei personaggi, si va alla ricerca della vicenda nascosta. In esso non v’è traccia del Dio cristiano, quello che si incontra è una personificazione “dell’ingiustizia e della violenza crudele che regnano incontrastate nel romanzo” (p. 157); non c’è preghiera; non c’è moralità, solo moralismo acceso (fomentato dall’io narrante); mancando la natura divina, la Chiesa risulta semplicemente un prodotto della natura umana, non è distinta dal mondo, piuttosto solo un suo modo di essere. “L’odio sarebbe il vero protagonista del romanzo, il filo conduttore risolutivo, non la violenza, che ne è solo l’effetto” (p. 167). Si arriva pertanto alla seguente, terribile, conclusione: “La visione del mondo che emerge dal romanzo è totalmente incompatibile con quelle, anche le più radicalmente nichilistiche, che la nostra cultura può esprimere: qui si va ben oltre il nichilismo.” (p. 171). Il capitolo 10, “Una svolta clamorosa dell’inchiesta: le digressioni s’impadroniscono del romanzo” (pp. 177-189), presenta il colpo di scena delle indagini: risaliti alla trama – sostanzialmente ateistica – alternativa del romanzo, ecco che le digressioni, da semplice sfondo pseudo-storico passano a essere protagoniste. Le prove più dure cui l’essere umano può essere sottoposto (carestia, guerra, peste), nel romanzo compaiono tutte; il risultato di tale banco di prova è spaventoso: la carestia mostra una comunità di morenti che per rivalità si odiano a morte; la peste genera una follia collettiva che spazza via i legami familiari e comunitari (sentiti dunque intimamente come superficiali e frutto di mera consuetudine) e che trasforma la superstizione in una fonte di violenza inaudita; la guerra semplicemente amplifica e moltiplica anch’essa le violenze ed i saccheggi. La conclusione è ben tratteggiata nel passo seguente: “La carità è sconosciuta all’uomo manzoniano, ed egli cerca di farsi complice il Caso: stringe con esso un patto criminale, anziché combattere contro la sua potenza fatale” (p. 189). Il capitolo 11, “La violenza ascende al cielo. Ecco il veleno anticristiano” (pp. 190-194) tira le somme ed individua il capo d’accusa ipotizzato in precedenza, il veleno anticristiano, nella religione basata sull’odio della quale il romanzo è impregnato. Una volta accertato il reato, il lavoro non è ancora concluso e l’ultimo capitolo (12) della prima parte, “Le indagini non sono concluse: bisogna scoprire il movente” (pp. 195-199), puntualizza la natura artistica del “veleno” inoculato all’interno del romanzo e cerca di risalire al movente, al perché di una costruzione di trappole testuali e meta testuali volte a distrarre il comune e disattento lettore dal vero significato dell’opera. È dunque arrivato il momento di mettere in relazione il testo con la biografia manzoniana, alla ricerca del movente occultato. La seconda parte del libro si apre con il primo capitolo, “La preistoria, l’antefatto, la misteriosissima conversione” (pp. 203-210). In esso l’autore si avvicina al Manzoni con l’immagine oramai capovolta rispetto al pregiudizio ufficiale del romanzo, ossia di un’ispirazione nichilistica e anticristiana, nel tentativo di leggerne secondo questi parametri la biografia con i suoi molti punti oscuri. Abbandonato praticamente dalla madre, Giulia Beccaria, in collegio (causa probabile dei disturbi nervosi che lo affliggeranno in seguito), il Manzoni diciannovenne viene poi richiamato da essa nel 1805 a Parigi e la raggiunge, trovandola affranta per la recentissima morte del suo secondo marito, Carlo Imbonati. Tra i due si sviluppa subito un rapporto torbido che ha per teatro l’alta società culturale illuminista parigina ed una sostanziale irreligiosità della madre. Nel 1808 Manzoni sposa – grazie ai buoni uffici della madre – Enrichetta Blondel, con rito calvinista. Fino a questo punto della sua vita egli non ha il benché minimo pensiero riguardo la religione. Dopo la nascita della prima figlia (Giulietta, 23 dicembre 1808) decide di battezzarla con rito cattolico (cosa che avviene nell’agosto del 1809); il mese dopo egli rivolge una supplica a Pio VII per potersi sposare con rito cattolico e da ottobre è messo in contatto con l’abate Eustachio Degola; il 15 febbraio 1810 viene celebrato il matrimonio con rito cattolico; il 2 aprile dello stesso anno è ricordata la sua conversione. Il 22 maggio Enrichetta abiura solennemente il calvinismo; a giugno la famiglia Manzoni, oramai ufficialmente cattolica, si trasferisce a Brusuglio. Nel secondo capitolo, “In trappola” (pp. 211-238), si continua ad analizzare la vicenda biografica manzoniana: a Brusuglio la famiglia Manzoni viene affidata a mons. Luigi Tosi che testimonia l’esaltazione mistico-sentimentale della moglie e della madre, di contro ad una divergenza comportamentale di Alessandro (p. 213). La divergenza comportamentale di Alessandro cresce al punto che pochi mesi dopo la sua novella ed autorevole guida spirituale confessa imbarazzato di non capirlo più, e dei tre devoti cristiani, gli rimane solo Enrichetta. La freddezza di Alessandro, costellata da problemi nervosi, sfocia nel 1816-17 nell’aperta ribellione e nella decisione di tornarsene a Parigi. “Quel che emerge è l’immagine di un uomo in trappola, oppresso da una situazione imprevista che gli ha tolto la libertà” (p. 219). Egli si sente prigioniero in un mondo estraneo, come confessa all’amico Fauriel, e decide di tornarsene a Parigi, accampando motivi terapeutici. Appare chiaro dal quadro delineato che il periodo di Brusuglio, seguente la “conversione”, appare triste, difficilmente compatibile con la situazione interiore di un convertito novello. Ecco il colpo di scena: le autorità austriache (probabilmente dietro suggerimento di mons. Tosi) rifiutano il passaporto a Manzoni, che vede sfumare il suo tanto agognato viaggio. A fronte di questa costrizione, l’atteggiamento del Manzoni quasi per magia cambia totalmente in modo apparentemente inspiegabile. Nel capitolo terzo, “La rocambolesca evasione da un carcere di massima sicurezza” (pp. 239-261), viene analizzata la reazione di Alessandro al fallimento del tentativo di fuga. Ricuce immediatamente i rapporti con le sue guide spirituali, si riaccosta ai sacramenti, inizia una trattazione apologetica, Osservazioni sulla morale cristiana; stante così la situazione, si fa strada l’ipotesi che organizzi “una messinscena volta alla costruzione di un’immagine di cattolico militante, devoto, esemplare, a copertura di un’operazione clandestina di segno opposto, con la realizzazione della quale si riprenderà tutta intera la libertà che gli viene negata” (p. 245). Questa operazione clandestina che investe anche la composizione del romanzo è un’ipotesi che vale la pena di indagare. La straordinaria e inspiegabile (altrimenti) metamorfosi del Manzoni nei confronti dei suoi carcerieri, il suo concepimento di un’opera unica e la sua realizzazione, che gli comportò un superamento delle sue crisi nervose, rendono plausibile l’ipotesi di un’operazione clandestina – nella vita quotidiana e nella sua produzione artistica – che dovette palesarsi come estremamente gratificante e soddisfacente per il suo autore. Solitudine geniale del superuomo, appagante in sé, volta a trasmettere all’umanità ignara e cieca un messaggio i cui latori diventano inconsapevolmente i suoi stessi carcerieri: si potrebbe immaginare una beffa più grande? Il capitolo quarto, “Strategia dell’operazione clandestina & tappe della sua realizzazione” (pp. 262-291), analizza la strategia adottata dal Manzoni nel realizzare questo piano. Nel perseguire quella che è principalmente un’operazione artistica, egli costruisce una vicenda leggibile attraverso un duplice percorso: secondo l’ispirazione apparente, ostentatamente cattolica, l’uno; l’altro, secondo la vera ispirazione, di matrice anticristiana. Parallelamente fomenta la costruzione del pregiudizio di cattolicità fuorviante per comprendere le reali intenzioni del racconto. Le date parlano chiaro: appena terminata la trattazione apologetica, nel 1819 si tuffa nella composizione del romanzo; nel 1823 è pronta la prima versione (Fermo e Lucia) e soli quattro anni più tardi quella definitiva. Di fronte a un così grande attivismo letterario e ad un apparente entusiasmo religioso, risulta significativa l’inconsistenza teologica di questa sua produzione (non si dimentichi al riguardo la sua grande cultura), di contro all’aspetto apologetico e moralistico, il quale gli richiedeva un impegno (e soprattutto un coinvolgimento reale) di grado infinitamente minore. Nelle parole di Spranzi: “Il clericalismo è la forma di apologia più a buon mercato, e si è rivelata la più efficace per gli obiettivi dell’operazione clandestina” (p. 270). Per mettere a punto il suo piano ecco che tra le prime versioni e quella definitiva “risciacquata in Arno” (1842), egli ascoltò ripetutamente i consigli e i pareri di un gruppo ristretto di 25 persone (tra i quali lo stesso mons. Tosi, l’amico Fauriel, il Rosmini, il Tommaseo) per – a questo punto si può azzardare – verificare la sua copertura. Dopo il 1842, il Manzoni si asterrà d qualunque produzione artistica, fino alla sua morte (1873). Il quinto capitolo, “L’avventura esistenziale di un superuomo” (pp. 292-321), affronta l’ultimo periodo di vita manzoniano, posteriore al 1842. Si ricorda il suo unico intervento politico nel 1861, schierato a favore dei liberali nell’accettare – come deputato – che la capitale d’Italia venisse trasferita a Roma, in perfetta antitesi con i principi cattolici. Morta la moglie Enrichetta, egli, ormai famoso, si risposa con la bella vedova Teresa Borri Stampa e le sue serate divengono contrassegnate dalla gioia di vivere, estrema loquacità, in compagnia dell’allegra brigata, uno stuolo di amici di estrazione e costumi alquanto differenti dai suoi. Come se della sua vita, divenuta un altro capolavoro dell’operazione clandestina, adesso finalmente stesse gustandone i frutti. La conclusione del saggio, “«Manzoni nostro»: a chi appartiene Alessandro Manzoni” (pp. 322-325), viene messo in luce il processo di ‘mummificazione’ subito dai Promessi sposi nella scuola dell’obbligo italiana, contro cui si propone questa rilettura approfondita. Alla fine di questo saggio Alessandro Manzoni acquista una luce nuova, geniale, di abile confezionatore di slogan, o di meme, informazioni parcellizzate, con effetto virale, servendosi dell’involucro favolistico per addormentare il “cane da guardia della nostra coscienza” (per dirla alla McLuhan) e permettere al potente germe nichilista di annidarsi nella nostra mente. Si vorrà perdonare l’indulgere nella descrizione dell’opera, ma il suo punto di forza, alla stregua di un’indagine poliziesca, è nella lucida ed esatta articolazione espositiva degli argomenti. In più, la messe di informazioni che mette a nostra disposizione vanno a confermare il disegno, profondamente anticristiano (come già abbondantemente dimostrato dagli studi di Angela Pellicciari), perpetrato dalle elite culturali promotrici del Risorgimento, di tagliare le radici culturali delle comunità italiane (vedi gli studi di Massimo Viglione). Non è un caso, si potrebbe dire, che un testo simile sia entrato a forza con l’etichetta di “apologia cattolica” in tutti i programmi scolastici. Gertrude e Don Abbondio, hanno gradatamente, ma inesorabilmente, sostituito nell’immaginario collettivo qualsiasi altra figura di rifermento ecclesiastica, fino a divenire per gran parte della popolazione italiana – passata sotto il giogo dell’istruzione obbligatoria – l’esemplificazione del pensiero e della dottrina cattolica, un poco come avvenne per la produzione dei colossal americani degli anni ’50 da molti ritenuta fonte primaria di conoscenza del mondo romano antico. Grazie a Manzoni, la monaca di Monza e don Abbondio sono diventate abitualmente (con l’ausilio dell’ISM – Intelletto Scolasticamente Modificato) figure paradigmatiche di ogni agire cattolico - di solito carnefice, raramente vittima - condizionando pesantemente la consapevolezza delle proprie radici negli abitanti delle regioni dell’Italia centromeridionale. Ben tristi appaiono anche i frutti pedagogici della pretesa storicità del romanzo: per tutte le ragioni esposte partitamente sopra, la lettura dei Promessi sposi ha rafforzato (che ne fossero i lettori consapevole o meno, grazie al suo riduzionismo gnostico di fondo) l’atteggiamento clericale (nel quale Manzoni fu un vero e proprio maestro), antipedagogico, “molto comodo, rilassante, perché esonera del tutto dalla responsabilità delle scelte e dalla partecipazione attiva alle attività che rendono viva e vitale una società” (Fioravanti, Pedagogia dello studio, L’Aquila-Roma, 2004, p. 230); secondo questa prospettiva, infatti, è sufficiente mettersi d’accordo con il potente di turno, quale che sia il suo orientamento, senza stare molto a pensare ai principi. Il compromesso diviene in tal modo l’aurea misura di tutte le realizzazioni sociali. In fondo l’Italia odierna appare (de)formata secondo il vero messaggio manzoniano.

 

I preferiti
Forumfamiglie (6407)
Opportunità di lavoro nel settore della ricerca (4088)
Pedagogistionline (3846)
Tuttoscuola (3818)
Educare (3708)
Appello educazione (3483)
Apei - Associazione Pedagogisti Educatori Italiani (3327)
A tutta scuola (2658)
Dipendenza e comportamenti compulsivi (2445)
Infanzia web (2249)
Aspei (2236)
Magisetplus (2230)
Lavitascolastica - Giunti editore (2212)
Eduprof - Educatori professionali (2133)
Riflessioni (2052)
Editoriale Il Giglio (2020)
Gite scolastiche (1887)
StranaU (1733)
Laboratori didattici ambientali per gita (1348)
Gite scolastiche, un canale apposito su Youtube (1084)
Appartamenti Sorrento (779)
Libertà di educazione (0)
School trips to Italy - Gite scolastiche (0)
Laboratori archeologici (0)

Consulenza


Servizio di consulenza pedagogica gratuita offerto da Pedagogistionline


Visitatori
Visitatori Correnti : 2
Membri : 0

Per visualizzare la lista degli utenti collegati alla community, devi essere un utente registrato.
Iscriviti

Iscritti
 Utenti: 1567
Ultimo iscritto : amsdenabelard
Lista iscritti

 
 © Gianvincenzo Nicodemo 
Contattami
Realizzato con ASP-Nuke 2.0.7
Questa pagina è stata eseguita in 0,046875secondi.
Versione stampabile Versione stampabile